Richey Swiss Cross, #simpleISreliable

Per chi, come me, ha iniziato a gareggiare nei primi anni ’90 con il mito di Frisky (aka Thomas Frischknecht) e del “baffo” (aka Tom Richey), il marchio Richey ha qualcosa di “magico” che va oltre il prodotto. La storia di Tom, le sue prime mtb, il rispetto verso i grandi telaisti italiani, il suo garage… vanno oltre il mito. Nella sua relativamente breve storia, Tom ha sponsorizzato campioni della mtb quali – oltre al già citato Frischknecht – Henrik Djernis e Ruthie Matthes, nomi “pesanti” per chi pedalava in quegli anni, i quali nei periodi invernali correvano mondiale e coppa del mondo di ciclocross con le Swiss Cross.


Abbiamo specificatamente chiesto di provare la Swiss Cross perché Ritchey, grazie alla sua visione attenta alle novità e ai mercati di nicchia, rimane -purtroppo- uno dei pochi telai per cantilever ancora disponibile su “vasta scala”, al giorno d’oggi infatti, una persona che decide di comprarsi una gravel con cantilever è costretta a rivolgersi ad artigiani (con altri costi e altre tempistiche).
La Swiss Cross ha una linea pulita e classica; niente tubi storti, balestre o “banane” dai dubbi effetti miracolosi, un telaio pragmatico e senza fronzoli come si richiede ad un telaio corsaiolo.

IL TEST
Non pedalavo su una ciclocross pura da circa 15 anni (!!!) e devo dire che la maneggevolezza e la reattività di questa Ritchey mi hanno lasciato a bocca aperta. Lo ripeto, è una bici pragmatica, e proprio questa sua essenzialità mi è piaciuta un sacco.
Il telaio in acciaio a triplo spessore (1941gr. – 55cm) e la forcella in carbonio (anche qua, una delle poche “full carbon” con attacchi per cantilever) lavorano bene assieme regalando alla guida quella sensazione di precisione, stabilità e giusta flessione tipica di un telaio in acciaio.
Il passaggio cavi esterno è una soluzione semplice e ideale per i viaggiatori che vogliono “arrangiarsi” in totale autonomia, soluzione che consente di “dare una sistemata” anche a un meno esperto (e senza troppe imprecazioni).

La serie sterzo integrata così come il passaggio filo del freno posteriore vicino al nodo sella sono particolari che danno un tocco di pulizia e modernità al prodotto, da regolamento accoglie gomme fino a 35mm (limite imposto dall’UCI per le gare ciclocross); reggisella, attacco e manubrio Ritchey della serie WCS collocano la Swiss Cross nella fascia di alta gamma. Il manubrio Venturemax strizza l’occhio alla tribù dei graveleur e ultracycler, completa l’allestimento un affidabilissimo Ultegra 2×11 (che in 2 mesi di test, non ha sbagliato un colpo) con cantilever e ruote in carbonio Wcs APEX 38mm.


Le ruote appunto… roba da far venire la pelled’oca, un vecchio saggio con un feeling particolare per il montaggio ruote (aka Princy) mi diceva “le ruote valgono mezza bicicletta”, ed aveva ragione. Queste APEX (815g – ant / 920g – post) sono ruote con prestazioni “da urlo”, lo si sente dalla prima pedalata. La frenata, nonostante la pista in carbonio, resta ottima e il montaggio-smontaggio della ruota libera è di una semplicità disarmante (ancora una volta SEMPLICITÀ) e lo si può fare senza attrezzi!

La Swiss Cross viene venduta come frameset lasciando libero il cliente di personalizzare l’allestimento; scelta saggia considerando le “manie” e l’attenzione per i particolari di noi ciclisti.

CONCLUSIONI
Chi segue Gravel Italia, sa che l’hashtag preferito è #simpleISreliable (lo abbiamo stampato perfino sulle nostre maglie).
La Swiss Cross calza a pennello questa filosofia

SEMPLICITÀ + AFFIDABILITÀ = AUTONOMIA

oltre a dare prestazioni gara di primo livello, sa diventare una compagna di viaggio affidabile che richiede poche o nulle manutenzioni, risolvibili con semplici attrezzi; scordatevi dunque pompette, olio, spurghi… con tre brugole e poco altro, avrete autonomia a sufficienza per andare fino a Lhasa 😉

Alessandro M.
NB: Questo test è stato fatto da Gravelitalia senza aver ricevuto nessun compenso e nessuna pressione da parte del produttore.
 

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