Quando Café Roubaix Bicycle Studio battè Specialized

Conoscere e ricordare la storia è importante non solo per sapere chi eravamo, ma anche per diventare consumatori critici e consapevoli. La prossima volta che saremo alle prese con l’acquisto di una bicicletta cerchiamo di non guardare solamente il rapporto qualità/prezzo. Essere consumatori critici significa porsi delle domande tipo “a chi sto dando i miei soldi?” “è un’azienda con quali valori?” “produce internamente, esternalizza o è un semplice etichettaro?” e se lo fa, “come si comporta? come tratta dipendenti, rappresentanti, rivenditori?

Ora, andiamo per un istante indietro di qualche anno, nel 2013 o giù di li.
Immaginatevi un ex militare canadese che, dopo aver prestato servizio in Afghanistan, raccoglie tutti i risparmi di una vita (liquidazione inclusa) e decide di investirli nella sua passione: la bici, o meglio, aprire una bottega di bici tutta sua.
E’ così che Dan Richter si trova catapultato nel cinico mercato delle bici e dopo qualche brainstorming familiare, decide di battezzare la sua creatura con il nome di Cafe Roubaix Bicycle Studio in omaggio all’enfer du nord, ovvero la classica del nord meglio conosciuta come Parigi-Roubaix.

Immaginatevi poi una tra le più grosse aziende mondiali produttrici di bici e componenti, con capacità di spesa altissime in tutti i campi, dalla ricerca e sviluppo alla produzione, dalla comunicazione alle sponsorizzazioni ecc., capace di influenzare il mercato dei professionisti ingaggiando fior di campioni e fornendo i propri mezzi a tre squadroni pro-tour (al tempo dei fatti Tinkoff, Quick-Step, Astana); lo avrete già capito, stiamo parlando di Specialized.

Questo colosso delle due ruote si accorge dell’esistenza del piccolo Café Roubaix Bicycle Studio dove Dan è amorevolmente intento ad assemblare ruote artigianali e incarica i propri legali per diffidare l’artigiano canadese dall’uso del nome Roubaix perché -secondo Specialized Canada- il nome della famosa cittadina francese essendo stato usato per un modello di bici prodotta da Specialized, appartiene a loro.

La notizia -ovviamente- ha sollevato un polverone tra i server del world wide web finendo prima sul Calgary Herald (ottenendo una miriade di condivisioni e indignazioni sia su Facebook che su Twitter) e riuscendo addirittura a stimolare una campagna di raccolta fondi (partita dall’Australia) per aiutare il nostro Dan nelle spese legali. Il giornalista Mike Davis, assieme a molti altri, “si ribattezzòMike Roubaix Davis per offrire supporto morale e promettendo di boicottare Specialized fino a quando non sarebbe arretrata.

Il direttore generale di Specialized Canada Larry Koury dichiarò “una semplice ricerca sul database dei marchi registrati avrebbe evidenziato che la parola Roubaix è di proprietà di Specialized. Noi adesso abbiamo il dovere di difendere o perdere il nostro diritto alla registrazione del marchio”. Dall’altra parte l’avvocato di Richter ribatté “siamo certi di poter vincere la causa contro Specialized, ma questo implicherebbe delle spese processuali nell’ordine di 150.000 dollari che il mio cliente non potrebbe mai sostenere” sottolineando che Roubaix, essendo il nome di una città francese, non può essere registrato. Dan e il suo legale valutarono perfino un cambio del nome del negozio, ma fu subito chiaro che non era una soluzione percorribile in quanto Dan commercializzava già da oltre un anno le sue ruote da corsa in carbonio ad alto profilo marchiate “Cafe Roubaix”.

In questa lotta tra Davide e Golia -per una volta tanto- lo sdegno registrato sui social ha avuto un peso tale da indurre Specialized a fare un passo indietro rassicurando Dan e i suoi sostenitori di non voler perseguire nessuna azione legale e ha portato addirittura Mike Sinyard (n°1 Specialized) a far visita a “Cafe Roubaix” in veste di pacere.
Questa spiacevole pagina di storia di marketing-ciclistico ci insegna che l’arroganza spesso si ritorce contro i “giganti” stimolando atti di solidarietà concreta e inaspettata nei confronti dei “piccoli imprenditori-per-passione“. Oggi il piccolo negozio della periferia di Calgary conta oltre 15.000 fans su Facebook e Gravel Italia è uno di loro.