Il Sapore della Ghiaia

Una giornata con il Bello, Revolver e Naso di falco

Perchè la ghiaia ha un sapore particolare. Te ne accorgi quando la gola brucia. Quando si forma in bocca un impasto difficile da mandare giù. Ti asseta. Nemmeno l’acqua della borraccia riesce a darti sollievo. Perchè la polvere che ti assale mentre pedali sulle strade bianche è sottile, impalpabile, ti entra dentro. Ti sporca. Ti avvolge in una nuvola che annebbia i contorni come in un sogno che ti riporta indietro nel tempo. La respiri profondamente quella polvere. Fa parte di te. Eppure, nonostante tutto, ti attrae. Non ne puoi fare a meno. Perchè pedalare su strade fatte di polvere e sassi ti fa sentire speciale, una sorta di eroe del passato spedito nell’era moderna per insegnare i veri valori della vita. I valori della fatica e del rispetto. Dove nulla si ottiene se non attraverso il sacrificio. Come una promessa.
Quando pedali sulla ghiaia tutto si amplifica. I sensi si trasformano in percezioni. Il visibile diventa anticipare ciò che accadrà. Vedi un ombra e accendi improvvisamente il senso del pericolo mentre speri che il mezzo continui a fare il suo dovere. Dai fiducia alla tua bici e vuoi essere ripagato. Perchè non pensi al pericolo. Ti senti reattivo come una tigre. Perchè devi concentrarti e guardare in basso per evitare le profonde buche, le rocce sporgenti e i sassi appuntiti. Le radici che escono dal terreno le devi saltare. I cumuli di sassolini li devi evitare. In curva devi essere leggero e gentile nel condurre. Fissi con lo sguardo la ruota anteriore mentre percorre la via che hai scelto mentre speri che quella dietro faccia altrettanto. Perchè non ci sono certezze ma solo la speranza che tutto vada per il meglio. Non ti è permesso distrarti nemmeno un attimo, l’imprevisto è sempre pronto a farti volare a terra. Rovinosamente. Perchè devi scegliere in frazioni di secondo la traccia migliore, quella meno accidentata, quella più scorrevole, quella che ti permette di non sobbalzare come dentro ad una lavatrice. Quel saltellare che fa male alle mani, ai polsi. Che indolenzisce le braccia, le spalle. Che mette a dura prova la schiena.
Ma quando sei su un percorso “gravel” improvvisamente le gambe cominciano a girare bene come se aspettassero con ansia proprio quel momento.

Senti che il rapporto è quello giusto, che la pedalata è fluida. Come se dentro ti si accendesse una luce. Un sorriso che solo tu riconosci.

Allora puoi permetterti di dare più impulso ai pedali. Sai che puoi aumentare. Allora lo fai, spingi forte. Il suono delle gomme che calpastano lo sterrato si fa sempre più intenso e aumenta ancor più quando anche i tuoi compagni fanno altrettanto e ti stanno dietro. Ti rincorrono e ti spingono a proseguire. Senti il crepitio dei sassi che schizzano veloci ai lati. Alcuni colpiscono il telaio in un suono sinistro, altri ci passi sopra mentre ti spingono verso l’alto. Ti senti un’eletto, in una condizione magnificente che raramente provi nel quotidiano. Un tutt’uono tra te, la bici e il contesto. In un perfetto equilibro. Nulla è fuori posto. Nonostante la fatica produca goccie di sudore che cadono come stelle, senti che la velocità in quelle condizioni ti inebria. Ti stimola. Sicuro di non avere altri pericoli causati da altro. Tutto è dentro te. Ti senti speciale, unico.
Un tratto in asfalto da un po di sollievo. Forse ci voleva per riposare. Tutto sembra tornare ad un condizione più tranquilla. Le route scorrono di più e meglio. C’è più silenzio e calma. Non c’è voglia di andare veloci dove tutti lo sanno fare. Noi siamo uomini fatti per andare veloci sullo sterrato. Per galleggiare su grani di sassi bianchi che farebbero cambiare percorso a chiunque. Uomini che preferiscono fare più fatica nel tentativo di portare la bici a viaggiare veloce su questi terreni impervi. Anche il tratto in l’asfalto però ha il suo perchè. Prendiamo questo momento per affiancarci. Per bere. Per condividere. Per scambiare una pacca sulla spalla. Per provocarci amichevolemente. Per sorridere di parole semplici che, in questa situazione, hanno una intensità tale ed unica che raramente si può provare altrove.


Amiamo talmente tanto la nostra disciplina da condizionare le scelte in fatto di ciclismo. Scegliamo le bici adatte. Le forcelle larghe e i freni a disco. Siamo meticolosi su quale gomme ci debbano assicurare il rientro nonostante il trattamento incurante. Scegliamo accuratamente i colori delle nostre divise per non disturbare la natura che ci circonda. Perchè abbiamo rispetto dell’ambiente che ci ospita. Vogliamo passare in silenzio senza recare danno, senza cambiare nulla, lasciando ogni
cosa al suo posto.
Perchè non siamo figli di una moda americana, di un modo di andare in bici senza identità, cavalcando un mezzo che non è tutto da strada e nemmeno una mountain bike. Noi vogliamo portare un modo diverso di scegliere un percorso.
Riportare le imprese eroiche di ciclisti del passato in un’ottica più attuale. Sostituire la prestazione con il divertimento di pedalare immersi nel selvaggio. Perchè a gente come noi piacciono le classiche del nord, dove chi ne ha dà tutto e non si risparmia, anzichè i lunghi giri a tappe dove vince una certa strategia.

Ci esaltiamo alla Parigi – Roubaix.
Perchè siamo in grado di riconoscere le imprese sportive.
Il cuore oltre l’ostacolo.
L’imperfetto a scapito dei marginal gain.

Perchè su di noi puoi contare sempre come ingenui abitanti di un passato fatto di principi morali. A noi piacciono i viaggi e non le cronometro. La comodità in sella anzichè l’aereodinamicità. Il sentirci parte di un mondo, di questo mondo. Presenti e partecipanti.

Mario Bernieri

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