Gravel Seat Bag by Kicking Donkey bags

Dietro a questo nome “esterosonante” si cela tanta italianità, dietro Kicking Donkey troviamo Roberto e Martina, la loro passione e la loro manualità, dedizione e simpatia. Una piccola azienda che porta in alto il nome dell’artigianato made in Italy (che avevamo già presentato) e di cui, abbiamo avuto l’onore di testare uno dei manufatti.

IL TEST: Sin dal primo momento, quando abbiamo toccato la Gravel Seat Bag, ce ne siamo innamorati (si, anche i graveleur hanno un cuore), impressionati dall’alta fattura e dalla precisione dei dettagli, abbiamo percepito chiaramente di aver tra le mani una bag di assoluta qualità.

foto: dettagli
foto: vista dell’interno

La Gravel Seat Bag è una borsa sottosella da 6 litri (nello shop sono disponibili anche due “sorelle maggiori” da 12 e 17lt.). Il tessuto laminato a 4 strati impermeabile Dimension Polyant VX21, lo stesso utilizzato per la costruzione delle vele, cordura 1000, cinghiette in polipropilene, fibbie di chiusura Duraflex e un grande strapp che garantisce praticità e sicurezza nell’ancoraggio, sono i dettagli che conferiscono robustezza, resistenza all’abrasione e un peso contenuto che si ferma ai 150gr!

Testata per oltre un mese principalmente sulle nostre Gravel, abbiamo voluto montarla anche sulle BdC con il bello e il cattivo tempo e l’abbiamo trovata una

compagna di viaggio utile, poco ingombrante ma capiente, agile,

l’ideale per percorsi gravel di media distanza (150-200km) e per piccoli viaggi, ottima per i randonneur ma anche per i ciclisti più tranquilli che vogliono farsi una girata con pausa pranzo portandosi dietro l’intimo e la maglia di ricambio. Anche a pieno carico la Gravel Seat Bag resta stabile e non intralcia la pedalata.

La personalizzazione è un’altro elemento che contraddistingue Kicking Donkey dai competitors, il cliente infatti, può richiedere combinazioni colore uniche e – per quanto riguarda il frame Bag – avere una borsa addirittura “cucita su misura” del proprio telaio… una possibilità più unica che rara.

Alessandro M.